#2 SIMONA BISCONTI E RENATA SILANO – IO TE E IL BRUCO – LILATA’ TEATRO

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Photo Credit: Danny Rambaldo – Train’s Explosion

Simona ha 33 anni e viene dalla provincia di Napoli dove si laurea in Psicologia, si specializza in Psicologia Clinica e di Comunità a Cesena e fa un anno di ricerca a Imola. A Bologna si dedica alla clownterapia e al teatro. Da cinque anni è responsabile di attività presso il Dynamo Camp, un centro di terapia ricreativa che accoglie bambini con malattie croniche gravi insieme alle loro famiglie.  E poi si trasferisce a Torino per formarsi all’Atelier del Teatro Fisico.

È qui che incontra Renata, 24 anni, di Pinerolo che va a vivere a Torino per studiare Scienze dell’Educazione e per lavorare come educatrice presso comunità educative con disabili e minori. Attualmente frequenta il terzo anno dell’Atelier del Teatro Fisico. Parallelamente ha iniziato la formazione triennale per diventare operatrice in danza di comunità.


In 12 domande, ecco la storia di Simona e Renata e del loro bellissimo Bruco.

Tempo di lettura: 6 minuti

1. Che cosa vi ha portate al teatro?

Simona: All’inizio la passione della mia famiglia, originaria della provincia di Napoli, per le opere di Eduardo De Filippo. Poi, da educatrice e clown in corsia, ero alla ricerca di un modo di relazionarmi con i bambini che fosse più viscerale e corporeo, come espressione artistica.

Renata: Sono cresciuta a contatto con le arti performative, soprattutto teatro e musica grazie alla passione della mia famiglia e alla vivacità culturale della mia città. Studio e suono l’oboe dall’età di 8 anni e ho fatto esperienza in progetti musicali individuali e di gruppo.

2. Che cosa vi ha attratto dell’Atelier?

S.: Da Bologna mi sono trasferita a Torino per iscrivermi qui e mi sono diplomata nel percorso triennale. Ho proprio scelto questa scuola di teatro fisico che è esattamente ciò che cercavo. In questo tipo di teatro il testo è fondamentale come lo è altrettanto il ritmo corporeo. Ho ricevuto una formazione completa e eterogenea qui con corsi come lo studio dell’animale e della sua messa in scena che ci è tornato utile con il nostro Bruco. Philip Radice è stato il mio maestro.

R.: Quando mi sono iscritta all’Atelier è stato come scegliere di farmi un regalo: dare spazio nella vita a qualcosa che ho sempre relegato ai ritagli di tempo. Questo percorso ha coagulato tutti gli intenti: darmi tempo di crescere come artista tra teatro, danza, musica e espressione corporea.

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Photo Credit: Anna Rasero

3. Che cosa è Io Te e il Bruco?

S.: È uno spettacolo di teatro di figura che narra la storia di un piccolo bruco, Alfredo, che contrariamente agli altri, ha paura di diventare una farfalla, e dice semplicemente no. Si sente obbligato a seguire una strada che lo terrorizza. Ma il tempo sta cambiando, presto sarà inverno, e sarà troppo freddo per restare. I suoi amici bruchi ormai farfalle partono per migrare verso i mari caldi… che cosa deciderà Alfredo?

R.: Il finale non lo sveliamo però. Per sapere cosa ne sarà di Alfredo consigliamo di venire a vedere lo spettacolo.

4. Certo! Anche noi che lo abbiamo visto non spoileriamo. Raccontateci invece come nasce Io Te e il Bruco.

S.: Il Bruco nasce da un’idea che si è andata chiarendo di passo in passo. Nasce da un disegno che una bimba che ho conosciuto in corsia in ospedale mi ha donato: un grande bruco verde a pois con una freccia nera tesa verso una bellissima farfalla dalle ali aperte. Un bel simbolo di cambiamento!

R.: E nasce anche da noi. Dalla scelta di metterci a scrivere insieme una sceneggiatura da trasformare in progetto teatrale avendo qualcosa da dire ad un pubblico di bambini e perché no, anche di adulti.

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Photo Credit: Anna Rasero

5. Che cosa ha significato per voi creare e costruire da zero uno spettacolo di teatro di figura?

S.: È stato un percorso di trasformazione, minuziosa, materiale e immateriale. Ha significato utilizzare un linguaggio teatrale, contaminato anche da altre nostre esperienze. Renata, data la sua formazione musicale, ha un’ottima conoscenza del ritmo, della canzone e della musica e ha nutrito lo spettacolo anche con quello. Io, probabilmente, grazie alla mia esperienza con i bambini ho potuto portare una certa delicatezza e conoscenza nell’affrontare i temi e il mondo dei bambini molto piccoli.

R.: Innanzitutto ci siamo scelte. Ci siamo scambiate competenze, esperienze e talenti come per osmosi, ed è nato qualcosa di diverso, qualcosa di nostro, che non appartiene solo più ad una o all’altra. Siamo arrivati a sperimentare una poetica comune, siamo noi che insieme ci raccontiamo in quel modo.

S.: Non è scontato esordire con uno spettacolo costruito ex-novo. Sul piano materiale significa ideare la scenografia, che nel teatro di figura va di pari passo con la trama. Abbiamo costruito minuziosamente ogni pezzo dello spettacolo. Siamo partite dagli alberi, dalle foglie, e poi i pupazzi, a mano. Possiamo dire che noi siamo il Bruco, che il nostro spettacolo è il Bruco.

6. A chi vi siete ispirate per lo spettacolo?

S.: ‘Io sono una parte di tutto ciò che ho incontrato’ così diceva Alfred Tennyson.

L’ispirazione viene dalle nostre esperienze, da ciò che ci circonda a partire dall’intimità della natura, del bosco che fa da scenografia al nostro spettacolo. La scuola ci ha dato tanto così come le persone che abbiamo incontrato lì. Il web permette di farci arrivare i video di spettacoli di manipolazione dall’altra parte dell’oceano. Quello che facciamo è rimanere con la mente aperta a 360° con apertura e umiltà di apprendere e imparare. Molte idee e forme sono state riadattate a partire dai feedback dei bambini stessi.

R.: Sì è così. Prima di uno spettacolo in un asilo nido, mentre preparavamo la scena, una maestra ci ha raccontato di un bambino piuttosto turbolento e simpatico che di solito canticchiava la canzoncina: ‘Di belli come me al mondo non ce n’è. Si è rotta la macchinetta e nessuno l’aggiusta più’. Beh, questa canzoncina è rimasta nello spettacolo e adesso siamo io e Simona a riproporla al pubblico ogni volta. Fa parte della poetica del messaggio che vogliamo comunicare con lo spettacolo. La grande opportunità di farci condizionare dalla risposta del pubblico, dagli adulti e bambini che trascorrono 40-45 minuti con noi e il Bruco e che ci restituiscono cosa vivono.

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Photo Credit: Francesco Angelone

7. La vostra è una ricca storia animata anche da effetti sonori realizzati con oggetti di uso quotidiano. Noi abbiamo amato molto la paglia secca ad imitare il fruscio del vento. Da dove viene questa scelta di ricorrere a linguaggi multipli?

R.: Sì ci avete scoperte! Ad ogni spettacolo ci portiamo dietro due valigie strabordanti di strumenti musicali e di oggetti di uso quotidiano che utilizziamo all’interno dello spettacolo in modo non convenzionale per produrre suoni e ritmi, per ispirare ed evocare. Anche il più banale colapasta ha possibilità poetiche infinite.

S.: Abbiamo scelto di mettere a vista, sulla scena, tutti gli oggetti che utilizziamo nel corso dello spettacolo. Vogliamo essere uno stimolo, non solo per i piccoli, per riscoprire la magia di ‘banali’ oggetti quotidiani da usare e suonare diversamente. E così il suono di una colorata presina del caffè diventa un bellissimo paio d’ali di un bruco appena trasformato in farfalla, e, come avete colto, la paglia strofinata, si fa suono di vento. Ci auguriamo che il pubblico porti a casa con sé un pochino di tutto questo.

8. Alla fine dello spettacolo avete fatto passare un cappello chiedendo un’offerta per la vostra performance. Abbiamo apprezzato molto il modo in cui lo avete proposto esprimendo l’importanza di vedersi riconosciuta una produzione artistica. È una modalità che adottate spesso?

S.: Quella è la politica dello +Spazio4 che ci ha ospitate. Di volta in volta proponiamo forme diverse, a seconda del posto in cui portiamo lo spettacolo. Quando ci esibiamo a teatro ad esempio utilizziamo le prevendite o i biglietti tradizionali. Negli asili è ancora un altro discorso.

R.: La tecnica dell’offerta a cappello è democratica e etica poiché permette di riconoscere il nostro lavoro artistico rispettando al contempo le possibilità di ognuno. Ed è per noi anche un termometro di apprezzamento.

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Photo Credit: Francesco Angelone

9. A chi è rivolto io Te e il Bruco?

S.: È uno spettacolo per bambini dai 2 ai 99 anni!

R.: A parte gli scherzi, la nostra attenzione è stata quella di rifarsi ad un linguaggio espressivo fruibile da una fascia d’età dai 2 ai 7 anni. Un linguaggio nutrito di stimoli sonori, visivi con oggetti, colori e artifici atti a creare effetti sorpresa per attivare l’attenzione anche dei bambini più piccoli e l’immaginazione anche di quelli… più grandi.

10. Dove avete portato il vostro spettacolo e dove lo volete portare? 

S.: Finora ci siamo esibite in contesti scolastici come asili nido e scuole materne, al Teatro del lavoro di Pinerolo e in altri piccoli teatrini e Case di Quartiere.

R.: Non ci poniamo limitazioni nel portarlo in giro. Grazie al modo in cui abbiamo realizzato la scenografia, siamo flessibili e in grado di ricreare il nostro angolo di bosco ovunque. Noi abbiamo una storia da raccontare e vogliamo andare ovunque ci sia una possibilità per farlo.

11. Altri progetti per il futuro?

R.: Ne abbiamo sempre. Stiamo realizzando una serie di brevi video che hanno come protagonisti gli animali del bosco che compaiono nello spettacolo del Bruco e che manterranno lo stesso carattere. Vogliamo dare una sbirciatina anche nelle loro vite perché il Bosco ha sempre storie da raccontare.

S.: Un altro progetto in cantiere, con un’illustratrice di Dublino, è quello di realizzare un libro per bambini che contenga illustrazioni e la storia del bruchetto in filastrocca.

12. Per finire. Quale messaggio volete lasciare ai ‘bambini più grandi’?

Ricordare di ricordarci di noi stessi, dando cura ed attenzione anche a quei momenti in cui ci sembra di non farcela e attingere a quelle risorse che, fin da bambini, ci mettono in gioco.

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Photo Credit: Francesco Angelone

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