#3 SILVIA e PAOLO – PLASTIKWOMBAT

ritratti

Silvia Vaulà e Paolo Grinza si conoscono tra i banchi dell’università di Fisica di Torino. Sono due ricercatori erranti che per dieci anni si dedicano alla fisica teorica lavorando tra Italia, Francia, Germania e Spagna. Hanno due passioni, dapprima individuali, la fotografia e il cibo che finiscono per mescolarsi in una creativa visione condivisa: la fotografia d’autore.

Questa è la storia del loro cambiamento e della loro visione in 14 domande.
Tempo di lettura: 6 minuti


1. Dalla fisica alla fotografia. Come è accaduto?
P.: È stato un passaggio obbligato. Nel 2011 stavamo assistendo allo smantellamento della struttura della ricerca in Italia. Dopo dieci anni dedicati alla ricerca non volevamo più rimanere in attesa di un posto di lavoro che sembrava non arrivare mai, in una situazione così caotica e incerta.
S.: Sì e poi eravamo sposati da sette anni senza aver mai vissuto insieme nella stessa nazione o nella stessa città. Mentre io lavoravo in Germania, Paolo era in Francia. E quando finalmente eravamo insieme in uno stesso paese, la Spagna, Paolo lavorava a Santiago di Compostela e io a Madrid.

2. Facciamo un passo indietro. Quando nasce la vostra passione per la fotografia?
S.: È stata colpa mia. E ti dirò di più: ancor prima della fotografia mi sono innamorata della camera oscura. Nel 2006 quando mi sono trasferita per lavoro da Amburgo a Madrid ho deciso che avrei avuto una vita al di fuori del lavoro. Per farmi un giro di amici mi sono iscritta ad un corso di camera oscura nel centro culturale La Casa Encendida che avevo proprio vicino a casa. Poi da passione si è trasformata in opportunità professionale quando mi sono iscritta alla scuola EFTI a Madrid.

3. E come è stato scoprire questa passione in età adulta?
S.: Fino ad allora l’unica fotografia che conoscevo era quella familiare delle vacanze e delle feste di compleanno. Nel clima culturale frizzantino che si respirava a Madrid ho potuto scoprire la fotografia come uno stimolante mezzo espressivo. Madrid ha fatto la differenza in questo. Era il posto in cui stare, dove frequentare amatori, professionisti e semiprofessionisti con cui scambiarsi idee e impressioni sulla fotografia.
P.: Per me all’inizio è stato frustrante. Non avevo ancora capito che cosa volevo fotografare. La vera svolta per me c’è stata facendo un po’ di workshop e capendo ciò che amavo. Se guardi il mio lavoro “Craquelures” quello che ho fatto è di riprodurre delle crepe nel terreno e, poi, in postproduzione, cancellare tutte le parti omogenee. È un tipo di fotografia astratta, lontana da una rappresentazione descrittiva della realtà.

4. Quando prendete la decisione di fare della fotografia il vostro mestiere?
S.: Nel 2011 mi sono chiesta: “Che cosa altro mi piace fare oltre la ricercatrice di fisica teorica?”.
Con la formazione che avevamo potevamo andare a lavorare in campo informatico oppure nella finanza per il calcolo dei rischi. Nulla di ciò faceva per me. Allora mi sono detta: “Faccio la fotografa!”.
Mi sono presa un anno sabbatico e mi sono rimessa a studiare.
P.: La mia decisione è arrivata dopo. Sin da quando ho potuto avvicinarmi ad un fornello senza farmi troppo male ho avuto la passione per la cucina. Nel momento del cambiamento, al nostro rientro in Italia, ho avuto l’idea che potesse essere una possibilità per me fare il cuoco. Così, mi sono iscritto alla scuola di Cucina Professionale presso l’IFSE di Piobesi Torinese. Il mestiere di cuoco è estremamente totalizzante e mi sono reso conto che, per avere soddisfazioni professionali, occorreva riprendere a girare e lavorare anche all’estero così come avevo appena smesso di fare per la fisica e non avrebbe avuto alcun senso. Così ho deciso di mettermi nel progetto della fotografia insieme a Silvia, con la mia visione dedicandomi a ciò che amavo. E la cucina l’ho mantenuta come hobby.
S.: Sì e ora a casa si mangia benissimo.

5. In che modo l’esperienza alla scuola EFTI e i workshop tenuti dai suoi docenti hanno influenzato la vostra visione della fotografia?
S.: Due dei docenti che ho avuto la fortuna di incontrare sono fotografi di fama internazionale, Miguel Oriola e Carlos de Andrés. Uno si è fatto le ossa nell’ambiente punk degli anni ’80 realizzando reportage nelle case occupate dei quartieri del centro tra eroina, coltellate e post-franchismo. L’altro è anche un fotografo di moda con una visione anch’essa un po’ punk.
Entrambi non si sono fatti problemi nell’esprimere che cosa piaceva e che cosa non piaceva loro di una fotografia. Quello che volevano era portarci ad andare oltre alla nostra concezione di che cosa è una ‘bella foto’ dandoci una scossa e infrangendo i luoghi comuni.
P.: Spesso il che cosa sia una bella foto è un’idea che hai nella mente, uno schema mentale basato su preconcetti sbagliati e cose trite e ritrite, a volte non attuali.

6. Secondo voi che cosa serve per fare ‘una bella foto’?
P.: Innanzitutto bisogna rendersi conto che ci sono certe cose che non si ha l’interesse, né la capacità di fotografare. Per esempio, a me non piace fotografare le persone e non lo faccio. Perché lo faccio male.
Silvia lo fa molto bene ed è ritrattista mica per altro. Probabilmente io non ho nulla da dire in quell’ambito. Invece mi riesce molto meglio fare fotografie di composizioni astratte e di nature morte.
La seconda cosa è avere un approccio d’autore alla macchina fotografica. Da non addetto ai lavori uno prende la macchina fotografica e esce a fare due scatti. Da fotografo d’autore io esco e so già che cosa andrò a fotografare, ne ho già un’idea. Questo significa usare la fotografia come mezzo espressivo.
S.: Un po’ come le chiacchiere da ascensore. Quando sono in ascensore parlo del tempo, ma non sto veramente comunicando. Sto usando un linguaggio senza veramente farlo con intenzionalità. Le chiacchiere da ascensore vanno in una direzione che non è espressione di sé attraverso un mezzo. E questo vale non solo per la fotografia, ma anche per la musica, la danza, la scrittura…
P.: Questo è quello che facciamo con il nostro lavoro: usiamo la fotografia come un linguaggio per comunicare qualche cosa di importante per noi. Secondo me questo è l’unico modo per fare quelle che possiamo chiamare ‘delle belle foto’.
S.: E quando i nostri clienti arrivano da noi è perché sono alla ricerca di una visione differente dalla mera fotografia descrittiva. Sono alla ricerca di una certa impronta, quella che viene definita visione d’autore.

7. Quale tra i progetti che avete realizzato ha questa visione?
P.: Il lavoro a cui siamo più affezionati e che è stato quello che abbiamo realizzato insieme ‘Siamo quello che mangiamo, siamo quello che buttiamo’. Con questo abbiamo vinto il terzo premio del concorso “Upcycling” esponendo al Circulo de Bellas Artes a Madrid.
S.: Abbiamo realizzato una serie di scatti in cui abbiamo impiattato, anziché gli ingredienti, i loro imballaggi. Il nostro intento era quello di sensibilizzare il pubblico sul tema del riciclo e del suo impatto sulla nostra salute.

8. Oltre a ciò che mi avete già detto, quali altre attitudini personali portate nel vostro lavoro?
S.: Ancora oggi uso la camera oscura per sviluppare. Notiamo che ci sono persone che apprezzano la stampa argentica a mano. A me piace l’effetto di questa stregoneria scientifica nel vedere emerge l’immagine poco a poco. Amo la manualità del fare, questo contatto fisico con la fotografia. E poi per me il nero dei sali d’argento è il nero più bello del mondo, non ha paragoni.
P.: A me piace di più l’aspetto ‘nerd’ della fotografia invece. Mi piace molto la fase di postproduzione. La sento più affine a me.

9. Avete da poco tenuto un Workshop sulla Food Photography al Museo Ettore Fico. Come è nata questa collaborazione?
S.: Sono stati loro a scoprire noi durante la performance Istadrink a Play With Food. Stavamo sviluppando dei ritratti di chef con un liquido commestibile.

10. E come vi è venuta questa idea?
S.: È venuta a me?
P.: Beh sì. Sei tu quella di camera oscura. Io cucinavo.
S.: Abbiamo fatto questa performance dove lui cucinava questo liquido, io lo assaggiavo per dimostrarne la commestibilità e poi andavamo in camera oscura a sviluppare i ritratti. Mi piace approfondire tecniche alternative di camera oscura ed ero venuta a conoscenza di questo metodo di sviluppo dei negativi chiamato caffenol per fare un liquido di sviluppo casalingo a base di caffè, arancia e soda.
P.: Volevamo partecipare al Play with Food e giocare con il cibo e la fotografia. Abbiamo deciso di fotografare cuochi: dallo chef stellato alla ragazza che lavora in piadineria rappresentando un po’ tutte le figure che lavorano con il cibo.

 

11. Siete una coppia, così nella vita, come anche nel lavoro. Come riuscite a farlo funzionare?
S.: L’ultima volta che abbiamo litigato era per un risotto che abbiamo mangiato in un ristorante.
P.: Io probabilmente ho scelto male i piatti, mentre Silvia era soddisfatta e si era finalmente goduta una cena dopo un periodo di pesante lavoro. Quando ho iniziato a lamentarmi del risotto per Silvia è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
S.: A parte il risotto, litighiamo di rado.
P.: Come abbiamo detto ci interessano cose diverse e lavoriamo per compartimentazione. Ci sono momenti di confronto, ma non c’è la cosa sulla quale ci si dedica allo stesso modo e poi uno deve mettere la parola fine. Ci siamo divisi i compiti. Io fotografo le non persone, e Silvia le persone.

12. Una fotografia che incontra il vostro gusto?
S.: Autoritratto prima della morte di Mapplethorpe
P.: Una che si avvicina alla mia visione minimalista dell’arte è la fotografia di Salgado di una singola duna composta da una parte illuminata e una parte in ombra. Ed è fatta con una pellicola con ISO 50, per cui è molto definita e sembra veramente che sia arrivato un colpo di ascia dall’alto a tagliare il deserto. È una fotografia estremamente minimal e mi piace molto per questo.

13. I vostri progetti futuri?
S.: Stiamo facendo un libro sulla pasta con un editore.

14. Che consiglio dareste a chi vuole fare il fotografo di mestiere?
S.: Studia! Non pensare che perché i tuoi amici ti dicono che sai fare delle belle foto allora puoi fare il fotografo.
P: È lo stesso consiglio che darei per qualsiasi altro lavoro. Andare anche all’estero per formarsi e vedere altre realtà. In ogni caso che tu vada all’estero a studiare o che rimanga in Italia, il nostro consiglio è: studia!

 

Photo Credit: Plastikwombat e Paolo Grinza