#5 DANIELE RATTI

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Con la fotografia non cerco situazioni facili. Cerco la sfida.

Questo è il racconto di Daniele, 42 torinese, fotografo professionista che ci racconta delle sue sfide.

9 domande. Tempo di lettura: 5 minuti.


 

1. Daniele, come incontri la fotografia?

Nasco come architetto. Ho iniziato a fotografare e ad appassionarmi di fotografia a 15 anni e lì ho capito che ‘da grande’ avrei fatto il fotografo. Il giorno in cui mi sono laureato in architettura, durante il pranzo di laurea, ho detto a mio padre: ho iniziato a lavorare come fotografo professionista. Ricordo che ci rimase malissimo. Pensava che avrei fatto l’architetto.

2. Oltre alla fotografia ti sei occupato anche di arte contemporanea. 

Sì nel 2005 ho creato Paratissima con altre 4 persone. Volevamo dare la possibilità a giovani artisti di esporre liberamente fuori da un percorso formale. Ho lavorato dieci anni con Paratissima e l’edizione del 2015 è stata l’ultima. Paratissima rimane e rimarrà una figlia per me. Ho lasciato il testimone a persone che stimo molto professionalmente e personalmente.

3. A quali progetti stai lavorando adesso?

Ultimamente sto lavorando moltissimo come fotografo e voglio concentrare tutte le mie energie in quello. Ho iniziato a coinvolgermi in altri progetti legati esclusivamente alla fotografia, come il Cortona on the Move, un importante festival di fotografia di viaggio che si tiene in Toscana. Sono spesso in viaggio per seguire un altro progetto a cui ho aderito che unisce fotografia e architettura, Eritalia. Vogliamo realizzare una ricognizione fotografica di architetture d’avanguardia italiane nelle ex colonie italiane quali l’Etiopia, l’Eritrea, il Dodecaneso, l’Albania e la Cina.

Sto lavorando con le gallerie d’Italia e Intesa San Paolo per il progetto Ri-tratti nato in occasione della mostra su Antonello da Messina a Napoli. La sfida è realizzare dei ritratti ad hoc dei visitatori alla mostra riproponendo le luci e la posa di tre quarti come nel ‘Ritratto d’uomo’ di Antonello da Messina.

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4. Quando hai saputo che volevi fare questo mestiere?

L’ho sempre saputo. La fotografia è sempre stata prepotente nella mia vita. Fissare qualcosa in un’immagine è sempre quello che ho voluto fare. In ogni attività che svolgo l’aspetto estetico ha sempre un’importanza centrale.

Ieri ho letto un bellissimo articolo che diceva che l’arte contemporanea non sarebbe quella che è oggi se non ci fossero stati i fotografi d’arte. Che sia arte contemporanea, una natura morta, un volto è quello che ho sempre voluto fare: far sì che una foto diventi un’opera d’arte.

5. Qual è il tuo approccio alla fotografia?

Vivo la fotografia a 360°. Sono uno a cui piace sperimentare. Uso molto vecchie pellicole con carte fotografiche che sviluppo in camera oscura. Ho difficoltà a chiamare la fotografia digitale fotografia. Certo è un nuovo mezzo e ha tutti i lati positivi delle innovazioni tecnologiche. Rimango comunque dell’idea che la fotografia sia innanzitutto pellicola. Poi mi viene da sorridere. Una dei miei tre assistenti, Maya, fino a dieci giorni fa non sapeva che cosa fosse una pellicola. Per me la fotografia è materia, un fotogramma impresso su di un negativo. È questa stessa chimica che mi ha attratto alla fotografia.

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6. Hai un maestro che ti ha accompagnato in questo percorso?

No, non ho mai seguito un corso di fotografia. Sono sempre stato un compratore compulsivo di libri di fotografia. Ho appreso e continuo ad apprendere così. Ogni volta che apro un libro mi chiedo: La so fare questa foto? Se la risposta è no cerco di comprendere il metodo e la visione che vi sta dietro e mi sperimento finché non ho appreso quella tecnica. In questo i giapponesi sono dei maestri. Daido Moriyama oppure Shōji Ueda seguono una via che ha dei confini ben marcati e all’interno di questi esprimono la loro creatività. E centrano l’obiettivo.

7. Come nasce il progetto Star&Design per la mostra il ‘Mercante di Nuvole’?

Sono stato coinvolto nel progetto da Franco Curletto con cui ho avuto modo di collaborare già lo scorso anno a Paratissima con il progetto ‘Beard’s’. Abbiamo lavorato in sintonia e ci siamo lasciati con la promessa di sviluppare altri progetti insieme. E ‘Star&Design’ ha creato l’occasione. Abbiamo voluto celebrare la monografia alla Gam di Torino dedicata allo Studio65 immortalando uomini e donne in posa sull’iconico divano Bocca disegnato da Franco Audrito.

Mercante di Nuvole - Gam Torino

8. Per mestiere ti trovi spesso a realizzare servizi di moda e ritrarre modelle. In queste performance live invece sono le persone comuni ad essere i protagonisti. Chi ti appassiona di più ritrarre?

Trovo più sfidante ritrarre le persone comuni. È facile fotografare le modelle che sanno come mettersi in posa. Una delle fotografe che mi ha aiutato molto all’inizio della mia carriera mi diceva: nel nostro mestiere occorre far emergere il bello da qualsiasi soggetto che scegliamo di immortalare. Tendo spesso a crearmi situazioni complesse da cui trarre un nuovo racconto estetico.

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9. Che cosa serve oggi per diventare un fotografo professionista?

Bisogna darci dentro da mattina a sera. I primi anni ho investito anima e corpo in questo progetto. Ero sempre disponibile per i servizi che fossero le 8 del mattino o le 3 di notte. L’unica cosa che volevo era fotografare. Oggi questo lo vedo un po’ meno. Anche i miei tre assistenti li sto un po’ inquadrando in questo senso. Cosimo, uno dei miei assistenti, ha 18 anni e sta facendo l’ultimo anno di liceo. Ogni volta che può viene in studio. È sempre disponibile. Se mi dimostri la tua determinazione sono uno che tende a premiare e a insegnarti. Non sono uno geloso della mia tecnica. Come dice qualcuno, penso che le idee siano nell’aria finché qualcuno le realizza.

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