#9 ACCA ATELIER

ACCA ATELIER

Acca Atelier è un progetto fondato da sei artisti che hanno il merito di aver coinvolto gli artisti torinesi invitandoli ad aprire i loro atelier al pubblico. In occasione della terza edizione di Acca Atelier che si svolgerà a metà giugno hanno deciso di autofinanziarsi con un evento chiamato 50 al Cubo. Abbiamo incontrato tre di loro e questo è quello che ci hanno raccontato.

1. Presentatevi e parlateci di una vostra creazione di cui andate fieri.
Paolo JINS© Gillone: Sono nato a Torino. Mi considerano un pittore. Disegno sin da bambino. A 18 anni ho iniziato a lavorare in pubblicità per guadagnare. Dopo un po’ che mi trovavo in quest’ambito commerciale mi sono detto: ‘Ma perché non disegno più per me stesso?’. Ed ecco qui che è iniziata la mia carriera artistica. Benché Keith Haring già esistesse, mi consideravano un fumettista. All’inizio degli anni ’90 ho iniziato a farmi conoscere con grandi dipinti di pesci e deserti. Li ho venduti tutti. Ad un certo punto, rendendomi conto che ero diventato ‘il pittore dei pesci’, ,ho smesso di fare ciò che vendevo di più per diventare veramente un artista. Lavoro tuttora in pubblicità con ben altro spirito, realizzo video e cartoon principalmente e scrivo idee creative per il mondo dell’advertising. E mi occupo di musica, altra mia grande passione sin dall’infanzia.
Ho tante opere di cui sono orgoglioso. Una fra queste è ‘Your Life @Subway’. Nel 2009 Paratissima mi invitò a realizzare un progetto speciale. A Porta Nuova c’era un muro di 30 metri dove stavano costruendo il passaggio per andare alla metropolitana. Con il permesso della GTT e del Comune di Torino ho deciso di farne un murales pensato per creare un ambiente in cui i passanti potessero essere avvolti da parole e simboli tratte dai media e dai temi scottanti di attualità, a partire dalla caduta delle Torri gemelle, nello stesso modo in cui la pubblicità ci martella con tutti i suoi messaggi commerciali invadenti. A causa di alcuni riferimenti politici il mio lavoro venne poi censurato e fatto cancellare, non prima di aver ricevuto apprezzamenti e lodi.


Ferdi Giardini: Ho iniziato a lavorare come artista negli anni’80. Ho sempre definito i miei lavori come le opere di un alchimista che trasforma materie e materiali facendoli diventare qualcos’altro. Ad esempio gli occhiali che indosso imitano perfettamente la tartaruga. In realtà sono fatti con un acetato di cellulosa che viene prodotto da una famiglia italiana di Varese. Nei miei lavori passati, ho imitato perfettamente le corrosioni dei metalli con materiali leggerissimi. Facevo queste sculture che sembravano fiancate di navi arrugginite, colature di salsedine o di olio tutto perfettamente finto e leggero. Ho lavorato con la vetroresina con cui imitavo perfettamente l’ambra. Sono poi passato al metacrilato o volgarmente chiamato plexiglas e ho iniziato a trasformarlo facendolo diventare ghiaccio o brina. In quel momento, grazie ad una folgorazione, ho inventato uno degli oggetti di design tuttora prodotto da Luceplan: Blow, il ventilatore con le pale trasparenti. Quella è una creazione di cui vado molto fiero. Ho mescolato la mia anima creativa con quella più tecnica da ingegnere.


Claudio Cravero: Ho 62 anni e sono di Torino. Ho iniziato a lavorare come fotografo a 30 anni circa insieme al lavoro da pubblicitario e la mia passione per il teatro. Ho frequentato la scuola per attori del Teatro Nuovo e del Teatro Stabile di Torino e ho fondato, insieme ad altri, la compagnia FANTEATRO proponendo spettacoli di teatro d’avanguardia. Mi sono dedicato alla compagnia per 15 anni finché nel 1993 sono tornato alla fotografia. Ho aperto con altri 4 fotografi uno spazio espositivo no profit ai Docks Dora dedicato alla fotografia che permettesse di esporre agli autori che ritenevamo interessanti. Contemporaneamente realizzavo progetti fotografici mostre ed esposizioni. Ho realizzato lavori di reportage, andando in Afghanistan nel 1979 quando ancora si poteva viaggiare liberamente, dedicandomi in seguito alla street photography. I progetti di cui vado fiero? L’ultimo che sto realizzando, cioè ‘Nudi’ attualmente in esposizione al Museo di Arte Contemporanea di Varese. Realizzo due scatti ritraendo solo il viso del soggetto, ma in uno è vestito e nell’altro è nudo, poi li presento in un dittico senza svelare quale dei due ritratti è stato realizzato senza vestiti. In esposizione, coinvolgo il pubblico spingendolo a indovinare quale dei due volti corrisponde al corpo svestito. Il risultato di questa indagine verrà sottoposto ad uno studioso che ne trarrà indicazioni psicologiche. Un altro mio lavoro sarà esposto a breve presso la Costantini Gallery. Si tratta di un progetto di volontariato fotografico che ho realizzato seguendo in Uganda un’equipe di medici volontari del CTO di CUTE Project Onlus. Da questa esperienza, è nato un catalogo la cui vendita, insieme alle opere esposte, permetterà di raccogliere fondi da devolvere alla onlus per nuove missioni. A giugno ripartiremo per una nuova missione medica in Benin.

2. Che cosa è Acca Atelier e come nasce?
P.: Tre anni fa noi sei siamo stati invitati a partecipare a Marsiglia alla manifestazione “Ouverture d’Ateliers d’Artiste” in cui tutti gli studi di artisti di arte visiva della città aprono i loro studi e espongono le loro opere e quelle degli artisti loro ospiti con un vero e proprio scambio internazionale. Ospitando gli artisti in studio gli viene anche offerto un posto in cui dormire.
C.: una sera, mentre eravamo lì a Marsiglia a mangiar pesce intorno ad un tavolo de La Boite a Sardine, ci è venuta l’idea: “a Torino, città dell’arte per eccellenza, un’iniziativa di questo tipo non esiste. Perché non la creiamo noi?”. E così al rientro abbiamo fondato l’associazione che poi dà anche il nome all’evento degli studi aperti.
P.: Anche il nome e il logo dell’Associazione non sono casuali. Andando a Marsiglia l’associazione che ci ospitava aveva il nome di Château de Servières. Volevamo riprendere il concetto di castello creandone uno di fantasia connesso con il territorio piemontese. Abbiamo scelto l’acronimo ACCA che sta per Associazione Culturale Castello d’Acciuga. Il logo è una lisca di pesce, un pesce ridotto all’osso per comunicare la nostra intenzione di parlar chiaro, andando appunto, dritti all’osso.

ACCA ATELIER

 

3. Raccontateci delle passate edizioni
P.: Il primo anno abbiamo deciso che il target della manifestazione erano gli artisti, come anche recita il claim della manifestazione, ‘L’artista con lo studio intorno. Abbiamo voluto coinvolgere gli artisti sin dalle prime riunioni organizzative.
C.: La manifestazione ha riscosso molto entusiasmo e partecipazione anche da parte del pubblico.
P.: Nel 2014 gli studi aperti sono stati 26 con artisti ospiti provenienti da Marsiglia, Lisbona e Berlino.
C.: L’edizione 2015 ha visto raddoppiare il numero degli studi aperti con 140 artisti che esponevano le loro opere.
P.: Oltre ai paesi ospiti dell’anno precedente, abbiamo avuto artisti provenienti da altre città come Glasgow e Parigi e Buenos Aires.

ACCA ATELIER 2015

4. Parlateci della reazione degli artisti e del pubblico di fronte agli studi aperti.
P.: Come dicevamo la nostra intenzione è di mettere gli artisti al centro. Aprire gli atelier al pubblico mostrare l’artista nel suo ambiente, mostrare un lavoro mezzo finito, entrare nel magazzino pieno di opere e scartabellare tra cento quadri non appesi, tra i materiali e le idee abbozzate.
F.: Vogliamo dare al pubblico la possibilità di conoscere l’artista in modo più profondo. Chiacchierare con lui, magari trovarlo con le mani sporche di vernice, con la sua famiglia e gli amici. Conoscere il volto di qualcuno che è conosciuto soprattutto per le sue opere.
C.: In questo modo abbiamo anche riscoperto i desideri della gente di esplorare il regno dell’artista, il suo studio, il dietro le quinte, dove nasce e si crea l’opera.
F.: Sì lo stupore nel farlo. Le persone che si chiedono: posso davvero entrare a vedere dove lavora l’artista?
P.: Nel video promo dell’edizione 2014 c’è mio figlio Pablo che gioca con i lego nella sua camera. L’artista ti fa entrare nella sua cameretta dei giochi, nella sua Wunderkammer, la camera delle meraviglie. Alla fine lo studio per me è quello. Farti entrare nel mio studio è qualcosa di più intimo che farti entrare a casa mia.
C.: questa manifestazione ha permesso anche a noi artisti di incontrarci e conoscerci personalmente, faccia a faccia.
F.: Sì spesso mi dicono: ah Ferdi ecco che faccia hai, finalmente ti conosco.
P.: Si esatto anche io ti conoscevo solo di nome e poi ti ho conosciuto anche fisicamente. Normalmente di pittori, artisti, fotografi è normale che tu conosca di più le loro opere e meno le facce.


5. Raccontateci di 50 al Cubo.
P.: 50 al cubo nasce come operazione di autofinanziamento per l’edizione 2016 di Acca Atelier. La prima edizione è stata finanziata dal Ministero dei Beni culturali in cambio della mappatura degli atelier d’artista di Torino. Lo scorso anno l’evento è stato finanziato attraverso la donazione di un collezionista privato in cambio di sei piccole opere di noi artisti fondatori dell’associazione. Quest’anno, non avendo un sostenitore, abbiamo deciso di coinvolgere tutti gli artisti inventando questa formula. Nelle due passate edizioni la nostra spesa si è aggirata intorno ai 2.500 euro per organizzare la manifestazione. Dalla definizione di questo budget abbiamo creato 50 al cubo: 50 artisti che presentano 50 piccole opere vendute a 50 euro per autofinanziarti.
C.: sì in realtà la nostra intenzione era di coinvolgere 50 artisti. L’entusiasmo nel partecipare a questa operazione è stato tale che abbiamo riunito ben 66 artisti.
P.: Volevamo anche essere un po’ provocatori con questo evento. 66 artisti si riuniscono, vendono ad un decimo, un ventesimo del valore a cui vengono vendute le loro opere nelle gallerie e raggiungono il loro scopo per autofinanziarsi. Vogliamo far arrivare il nostro messaggio: possedendo un’arte si ha anche potere economico.
C.: Poi riunire 66 artisti a Torino che collaborano e comunicano tra loro è un evento straordinario!

50ALCUBO
6. Che tipo di riscontro avete trovato da parte degli artisti verso Acca Atelier? Avete mai percepito che ci fosse competizione?
F.: Ieri mi ha fatto proprio la stessa domanda. Penso che una normale competizione tra artisti ci sia sempre stata. Nel caso di Acca Atelier ho assistito allo scatenarsi di una grande complicità tra tutti gli artisti.
P.: Anche quegli artisti che non sono riusciti a partecipare a 50 al cubo perché normalmente realizzano delle opere di grandi dimensioni, hanno comunque voluto dare il loro contributo economico.
C.: È una manifestazione per tutti gli artisti che ha come scopo la fruizione dell’arte per un pubblico più vasto . E poi è veramente un’esperienza unica per tutti, artisti e pubblico. In quale altra occasione puoi trovare così tanti artisti riuniti?
F.: Ritengo anche che i fondatori di Acca Atelier, Paolo, Carlo, Claudio, Ernesto, Cristiano e Walter, siano delle persone umanamente simpatiche e oneste e secondo me gli artisti torinesi hanno aderito con entusiasmo perché li conoscono per questo carattere oltre che per le loro opere.


7. Come evolverà ACCA ATELIER in futuro?
F.: Abbiamo raccolto un po’ di suggerimenti tra gli artisti e uno di questi è di allungare di un giorno la manifestazione.
C.: Sì gli artisti che aprono gli studi in quei due giorni di giugno sono molto occupati e vorrebbero andare in visita anche negli studi dei colleghi.

8. Che consiglio dareste ad un giovane artista?
F.: Di fare.
C.: Di crederci e di insistere.
P.: di non perdere la voglia, di imparare le tecniche e poi di continuare.
F.: Anche solo guardando noi tre, ognuno è arrivato al successo per strade completamente diverse. Non credo che la strada da percorrere sia solo una.
P.: la maggior parte dei bambini disegna. Poi ad un certo punto smette. Chi è che continua? Chi ha voglia di farlo. Tra questi poi ci sono quelli che vanno a fare un mestiere che comprenda il disegno. E tra questi ultimi ci sono poi quelli che si dedicano all’arte totalmente. Una cosa importante che voglio dire è che fare l’artista non significa occuparsene per due mesi e poi fare un altro lavoro. Serve una continuità di lavoro negli anni. È quella che ti fa evolvere. Credo di più nelle carriere che vanno lentamente e che migliorano negli anni e non in quelle che esplodono e poi si bloccano perché non vendono più nulla.
F.: Vale lo stesso per le altre arti, la letteratura, la musica…
C.: Sì aggiungerei che oggi è importante essere un buon promotore di se stesso. Ci sono artisti anche bravissimi che però non sanno promuoversi.
P.: sì diciamo che chi ci capisce un po’ di marketing può essere più indipendente. In fondo l’arte è comunicazione.
F.: Ad esempio Picasso è stato un grande comunicatore.
P.: non a caso è l’unico artista della storia che viene menzionato come capostipite in due differenti correnti artistiche: il surrealismo e il cubismo.


 

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