FANCEAT – TOMMASO CREMONINI, CARLO ALBERTO DANNA E GIULIO MOSCA

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Fanceat è la start-up torinese che consegna i menù degli chef stellati a domicilio e ti fa vivere l’esperienza di realizzare i piatti come un grande chef. Abbiamo intervistato i tre fondatori che ci riportano la loro esperienza di start-upper offrendo preziosi consigli e mostrando il loro talento nel passare all’azione – loro la chiamano execution – e un’attenzione al dialogo con i clienti come per quel problemino del packaging…


 

1. Raccontateci di voi
Tommaso Cremonini: Ho 27 anni, sono nato a Cagliari, mi sono trasferito a Bologna e poi ad Alessandria. Sono co-founder e CEO di Fanceat. Mi occupo della relazione con gli investitori, della ricerca di capitale e della definizione delle strategie aziendali. Mi sono laureato in Ingegneria Gestionale a marzo 2014. Sono un grande appassionato di motori e di cucina ovviamente!
Carlo Alberto Danna: sono nato a Torino 27 anni fa. Sono co-founder e CMO, mi occupo della definizione delle campagne di marketing e relative analisi di performance. Mi sono laureato in Economia in Bocconi. La mia grande passione è la fotografia.
Giulio Mosca: Ho 25 anni e sono un genovese DOC! Uno dei primi Youtuber in Italia, mi sono subito appassionato al design e alle materie artistiche. Per questo mi sono iscritto allo IED di Torino, vincendo per tutti e tre gli anni la borsa di studio mantenendomi gli studi. Oggi sono il creative director di Fanceat. Mi piace frequentare ristoranti sempre nuovi e disegnare fumetti.

2. Quando avete lanciato Fanceat?
Abbiamo iniziato a lavorare al progetto verso la metà del 2014, quando ancora studiavamo all’università. A gennaio 2015, dopo un percorso di accelerazione organizzato dall’associazione 3040Regeneration abbiamo costituito la società Fanceat Srl. A maggio siamo partiti con i primi box test a Torino, ad agosto abbiamo testato le spedizioni in tutta Italia. Ad ottobre abbiamo chiuso il primo round d’investimento con un business angel.

3. Come sta andando? Ci date un po’ di numeri?
Abbiamo servito più di 2300 persone in tutta Italia e ogni due mesi i nostri affezionati clienti provano un menù sempre nuovo! Anche tanti ristoranti ci stanno contattando in maniera pro-attiva per collaborare con noi: oggi ne abbiamo più di 25 tra Torino, Milano, Bologna e relative province.

4. Abbiamo letto che avete iniziato a conquistare il mercato inglese. Che differenze avete sperimentato fin qui rispetto all’Italia?
Il mercato è sicuramente più pronto: se in Italia abbiamo una decina di servizi che si occupano di consegnare prodotti alimentari a domicilio, solo a Londra per la frutta e la verdura se ne contano 14.
Questo significa ovviamente più competizione e più difficoltà ad emergere ma dall’altra parte si hanno utenti già “istruiti” ed educati all’acquisto di prodotti freschi ed extrafreschi online.

5. Raccontateci della vostra esperienza con Just Eat
In una parola: incredibile! Lavorare tutti i giorni negli uffici di quella che è partita, come noi, come una start-up ed è arrivata a quotarsi in borsa è stato emozionante. Abbiamo avuto l’opportunità di capire come ragiona e opera una società di queste dimensioni. Ogni settimana avevamo due workshop con le singole business unit aziendali: il primo introduttivo per tutte e 5 le start-up, il secondo invece singolo e verticale sulle necessità di ognuno di noi. Poi ci sono stati i workshop “in esterna” presso i loro partner: Facebook, Google, Amazon, Twilio e tanti altri. Non capita tutti i giorni di essere dentro gli uffici di Facebook e sentirsi spiegare da loro le best practice di grandi clienti che gestiscono delle buone campagne e chi invece non sta lavorando bene.
Quando siamo stati selezionati eravamo felicissimi: vivere per tre mesi a Londra è stata l’occasione per capire davvero cos’è un ecosistema start-up e come si lavora in un ambiente molto competitivo: ogni settimana ci sono eventi fissi di presentazione di nuove start-up operanti nel settore foodtech. Abbiamo sviluppato un nuovo approccio al lavoro e alle relazioni interpersonali, molto più dirette e volte al raggiungimento di un obiettivo chiaro e definito.

6. Quali altri mercati vi interessano?
A parte il mercato inglese che poi si riduce generalmente alla sola città di Londra), Brexit permettendo, guardiamo con grande interesse il mercato Francese e quello Tedesco, dove i tassi di acquisto online di prodotti alimentari sono i più alti dopo quelli inglesi.

7. Quali sono le principali critiche che vengono mosse al progetto? E che cosa fate o avete fatto per occuparvene?
Una unica: troppa plastica! Il box interno è in polistirolo e i contenitori degli ingredienti sono in plastica trasparente. Partiamo dal primo: il box in polistirolo è la principale tecnologia oggi sul mercato per garantire spedizioni a temperatura controllata. Esistono delle alternative ecologiche e riciclabili, come la lana di pecora riciclata. Purtroppo però i costi di questa alternativa sono ancora proibitivi. Stiamo lavorando con il nostro fornitore per studiare un’alternativa “verde” al polistirolo.
Per quanto riguarda i contenitori, abbiamo già testato gli equivalenti realizzati in materiale riciclato ma non presentano la stessa resistenza, quindi sono inutilizzabili.

8. Sì anche noi vedendo il contenitore in polistirolo siamo rimasti colpiti
Sì lo sappiamo. Come dicevamo il polistirolo è l’unico modo per spedire prodotti alimentari in catena del freddo fuori da furgoni refrigerati nel cosiddetto “ambiente promiscuo”. E’ anche il metodo più sicuro: pensate a tutte le carni e il pesce fresco che viene spedito in tutto il mondo tutti i giorni: anche loro viaggiano dentro contenitori in polistirolo. Stiamo valutando diverse alternative, anche più gradevoli all’occhio, per sostituirlo ma temo che dovremo attendere di raggiungere volumi ancora più alti per fare questa ipotesi.
9. Siete una start up ormai avviata. Quali consigli vi sentireste di dare a dei giovani con idee di business?
Vi concediamo più risposte e anche una unpolitically correct.
Testate testate e testate: di gente con idee è pieno il mondo e nella storia, pochi hanno fatto fortuna presentando un’idea. La vera chiave è l’execution! Validate subito la vostra idea con un mvp (minimum valuable product) che farete provare ad amici e parenti, iniziando subito un processo di interazione che vi porta a migliorare il vostro mvp e a riproporlo ottimizzato sul mercato.
Non date nulla per scontato ma validate ogni ipotesi, anche la più banale, poiché, come abbiamo sperimentato, molto spesso perdiamo di vista il cliente e ciò che egli desidera, anteponendo la nostra idea di “bello e funzionale” che molto spesso non coincide con quella dell’utente finale.
Cercate di raccogliere i primi investimenti da amici o familiari e con quelli cercate di ottenere le prime metriche che tutti gli investitori early stage desiderano (costo acquisizione utente, life time value, repurchase rate).
Il nostro consiglio unpolitically correct? Non andate a chiedere soldi ai fondi: esistono una miriade di associazioni di business angel, piccole e grandi, locali e nazionali, che supportano lo sviluppo di idee imprenditoriali.

10. Che cosa vi ha supportato più di tutto nella fase di sviluppo della vostra idea?
L’incubatore del Politecnico di Torino, l’I3P, e diversi professionisti aderenti all’associazione 3040Regeneration che hanno deciso di supportarci nello sviluppo del progetto fin dall’inizio. Nel nostro caso anche l’accelerazione di JustEat. Se posso dare un consiglio sull’esperienza vissuta a Londra: non appena si ottiene un primo mvp del prodotto/servizio, conviene cercare degli advisor per ogni area strategica dell’attività che faccia da guida e condivida il suo portafoglio contatti per accelerare la crescita! E se arriveremo mai all’inaugurazione di un primo programma di corporate venture capital in Italia, con un’azienda leader nel settore, bisogna applicare subito.

11. Quali strumenti tecnologici utilizzate per gestire il vostro business adesso?
Precisazione doverosa: noi non siamo una piattaforma tecnologica. Se ci pensate, gli ordini che riceviamo online potremmo anche gestirli telefonicamente: questo dimostra che Internet è solo uno dei mezzi attraverso cui possiamo veicolare il nostro servizio, non l’unico.
Oggi lavoriamo con un sito WordPress e plugin Woocommerce per la vendita dei prodotti; è la tecnologia che spesso tante startup usano in fase di inizio e test perché ha costi ridotti e permette di andare online velocemente, senza essere uno sviluppatore. Il lato negativo è che è molto limitante nelle personalizzazioni: dopo un anno di lavoro abbiamo raccolto sufficienti feedback per iniziare a lavorare a una piattaforma nativa. Magari anche ad un’applicazione mobile, così potrete ordinare anche in metro!

12. È stato facile presentare il progetto agli chef? E quali sono state le loro reazioni?
Parlare con gli chef non è sempre facile: oggi sono loro le rockstar e i personaggi del momento! Soprattutto durante i primi mesi, le principali difficoltà era la percezione del servizio come sistema di delivery espressa al pari di altri modelli in bicicletta noti a tutti.
Noi lavoriamo con ristoranti gastronomici o stellati che non vogliono affiancare il proprio brand ad altri ristoranti non dello stesso livello. Per tale motivo la presenza in piattaforma di nomi prestigiosi della ristorazione ci ha permesso, nei mesi a seguire, di costruirci una reputazione professionale che ha facilitato notevolmente la relazione con nuovi partner.
C’è chi capisce subito le potenzialità che Fanceat offre – prima tra tutte l’occasione per avere una copertura mediatica a livello nazionale sui canali digitali – e chi invece necessita di qualche settimana e recensione dei clienti per capirne il vero valore: l’opportunità di far assaggiare la propria cucina a chi, per motivi di distanza e di prezzo, non potrebbe permettersi una visita a quel ristorante.

13. Progetti futuri? Personali e professionali
La permanenza a Londra ci ha permesso di testare il servizio anche in una grande capitale europea, raccogliendo l’interesse di tante figure diverse, dai clienti agli investitori. L’obiettivo di quest’anno sarà lavorare duramente per standardizzare il flusso di informazioni che viaggiano ad ogni ordine ricevuto e raggiungere un adeguato livello di automatizzazione dei processi, al fine di essere pronti per replicare lo stesso modello in una capitale straniera l’anno successivo.
Sinceramente a livello personale non abbiamo ancora le idee chiare: avendo scelto la strada dell’imprenditoria, vediamo la crescita professionale strettamente legata a quella personale, così come i relativi progetti. Ad oggi Fanceat non è altro che un team di 5 ragazzi e il suo valore è commisurato alle capacità personali e professionali di ognuno di noi.


Fanceat 

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