FRANCESCO GAVATORTA – PERSONAL STORYTELLING

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Francesco Gavatorta insieme ad Andrea Bettini hanno realizzato un manuale pratico alla scoperta del Personal Storytelling per costruire narrazioni efficaci del sé. Abbiamo incontrato Francesco che ci ha raccontato quali sono gli elementi di una buona narrazione e qual è la risposta dei ragazzi che incontra quando chiede loro se proteggono i loro account social. Che cosa ha a che fare con il personal storytelling. Leggete l’intervista per scoprirlo.

1. Come vi incontrate tu e Andrea?                                                                                                                                  Io e Andrea ci siamo incontrati in occasione di una conferenza sulla content evolution presso Book City a Milano. È stato Alberto Maestri, direttore di professioni digitali di Franco Angeli ad avere l’idea di metterci insieme per realizzare questo manuale.

2. Di che cosa vi occupate nella vita?                                                                                                                     Andrea ha una società di consulenza strategica e si definisce a tutti gli effetti uno storyteller. Io vengo da un mondo diverso. Lavoro in agenzie di comunicazione da 5 anni. Prima ho studiato e lavorato alla scuola Holden dove ho studiato lo storytelling. Al momento l’anima da cantastorie – la persona che scrive le storie – l’ho accantonata per il momento. Oggi studio le dinamiche di storytelling applicate alla comunicazione e alle realtà aziendali.

3. Da dove nasce l’esigenza di scrivere un libro sul personal storytelling?                                                                L’idea è stata quella di fotografare un fenomeno che si sta palesando da qualche tempo nel mondo digitale professionale. Notiamo per esempio la nascita di nuove professioni che prima non esistevano: il social recruiter, il data scientist, etc. Abbiamo voluto fotografare qualcosa che è sotto gli occhi di tutti: la crescente necessità di proporre la propria figura professionale online che vada oltre al semplice personal branding e che sia in grado di restituire elementi più concreti del proprio io.

4. Come si lega lo storytelling all’io?                                                                                                                              Lo storytelling è per definizione una metodologia che nasce e si sviluppa dall’esperienza umana. Ogni narrazione si fonda sull’esperienza individuale. Il nostro sforzo è stato quello di prendere questo concetto di narrazione del sé e trasferirlo ad un contesto professionale. Da qui nasce il termine ‘personal storytelling’ come evoluzione naturale dello storytelling classico già utilizzato in altri ambiti delle scienze sociali: dalla formazione, agli studi psicologi, all’autoanalisi.

5. Leggendo il libro mi è sembrato di capire che la vostra missione sia quella di spingere ‘l’uomo che si vede nello specchio’ a prendere la penna e scrivere di sé. È così che avete immaginato questo lavoro?                 Una missione è un termine un po’ lontano per me. Quello che abbiamo cercato di fare è avere un approccio concreto al tema. È chiaro che si può leggere un elemento missionario nel testo laddove si cerca di costruire un insieme di regole che dovrebbero essere condivise. E questo si inserisce anche in un periodo in cui con l’Associazione ‘Coscienza digitale’ stiamo costruendo delle linee guida su come approcciarsi al mondo digitale. L’uomo della strada ha assunto ingenuamente la rete come una realtà leggera e rarefatta che non rimane e invece non è così. Dobbiamo iniziare a trattare la rete come un muro su cui scriviamo e non è facile neanche imbiancare. Rimane pietra scolpita.

6. Ci sono degli aspetti della narrazione del sé che a tuo avviso andrebbero protetti?                                      Nel libro citiamo come esempio la condivisione delle foto dei figli che è diventata un’abitudine consolidata che le persone adottano per restituire parte della propria immagine oltre che parte dell’esperienza più intima del sè. Questo aspetto, a mio avviso, non andrebbe preso a cuor leggero.

7. È possibile secondo te realizzare una narrazione del sé efficace e al tempo stesso rispettosa della propria intimità?                                                                                                                                                                              Nel libro ‘Marketing non convenzionale’ ricordo che si parla di ruoli. Tutti noi rispettiamo dei ruoli. Oggi io sono qui come intervistato e tu come giornalista. Magari ci trovassimo insieme ad una conferenza saremmo insieme ascoltatori di un coach. Stasera torneremo a casa e tu sarai mamma e io papà. Tutti noi abbiamo momenti diversi nella giornata in cui rispettiamo ruoli diversi. Questi ruoli oggi li abbiamo confusi. Oggi quando noi ci raccontiamo siamo tutto insieme. Siamo mogli, mariti, professionisti, padri, madri, magari non siamo amanti perché non lo dichiariamo apertamente. Questo è controproducente. Lo sforzo qui è di riuscire a costruire organicamente la distribuzione dei contenuti che ci riguardano. Devo riuscire a costruire un’immagine di me coordinata proprio come un marchio. E siamo noi a creare gli equilibri.

8. La parola ‘equilibrio’ si adatta ad ogni buona narrazione. Quale altra parola potrebbe definire una buona narrazione?                                                                                                                                                                    Un’altra parola che mi viene in mente è la verosomiglianza. Un racconto deve essere verosimile che non vuol dire che deve essere vero a tutti gli effetti. Ad esempio quando guardiamo Game of Thrones sappiamo che i draghi non esistono però lo troviamo verosimile per quel mondo. E noi dobbiamo costruire la narrazione dei nostri mondi il più verosimile possibile. E non è verosimile che una persona riesca a restituire sullo stesso piano, a livello emotivo e empatico situazioni diverse come quelle della conduzione familiare e della conduzione professionale. I nostri ruoli hanno importanze diverse e bisognerebbe iniziare a rispettarli dandogli una sacralità.

9. Ci fai un esempio di narrazioni non verosimili?                                                                                                   Nelle reti sociali alla fine vince chi ha più visibilità e la spara più grossa per raccogliere più like e per avere più portata organica. Questo ti porta a banalizzare tutto. Mi capita di trovare delle persone, li chiamerei ‘fenonemi’ che parlano tantissimo e sembra che abbiano tante cose da dire quando in realtà non dicono nulla. Ad esempio ci sono dei presunti super imprenditori online anche con passati poco chiari che sui social propongono mari e monti andando a parlare a persone che hanno perso il lavoro e che magari stanno attraversando  un momento difficile della loro vita. Tutto questo con il solo obiettivo di sfruttare una trasmissione di esperienze per creare di fatto un’immagine che non esiste. Questa è un’applicazione distorta di quelle linee guida necessarie di cui parlavo. È anche per questo che la consapevolezza dei ruoli è fondamentale, sia nel costruire la narrazione ma anche ne leggerli.

10. Io ti ho conosciuto attraverso ‘Coscienza digitale’. Ci racconti di che cosa si tratta?                             Siamo un gruppo di professionisti che volontariamente si mettono a disposizione di scuole ed enti formativi in forma totalmente gratuita per parlare di uso responsabile del web.

11. Qual è stata fin qui la tua esperienza nelle scuole?                                                                                    Quando parlo con i ragazzini mi accorgo che non si rendono conto di ciò che fanno online. A domanda diretta: “Avete schermato i dati della privacy su musicality o su Instagram?” la risposta da parte di ragazze di 14 anni è spesso: “Che cosa se ne possono fare di una mia foto mentre ballo? O sono in costume da bagno?”.  Questo è un indicatore forte. Loro sono i cittadini di domani. Occorre lavorare per dare delle regole e segnare dei confini.

Francesco Gavatorta

Francesco Gavatorta

Andrea Bettini Photo Credit - Gian Luca Perissinotto

Andrea Bettini
Photo Credit – Gian Luca Perissinotto

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