Ilaria Rodella e Francesco Mapelli – I Ludosofici

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Due filosofi amanti della materia hanno trovato un modo per continuare a studiarla anche dopo gli studi. Così sono nati i Ludosofici e i loro laboratori didattici dell’arte rivolti ai bambini di ogni età.


1. Ilaria e Francesco, ci raccontate di voi?

Ilaria: Ho 32 anni, sono nata a Mantova e vivo a Milano da 14 anni. Ho fatto il liceo classico e mi sono laureata in filosofia alla Statale di Milano. Ho tante passioni: leggere, camminare, studiare… Da quando ho le mie due bimbe sono soprattutto loro a decidere i miei hobbies che in poco tempo sono diventati: il didò, i lego, i cartoni animati, i giochi di ruolo: giochiamo alla scuola, a fare il telegiornale, alla famiglia, allo spettacolo… e devo dire che questo cambiamento non è stato poi così male!
Francesco: Ho 32 anni, sono nato a Milano, anch’io ho fatto il liceo classico per poi laurearmi in filosofia sempre alla Statale di Milano. Ho un rapporto non del tutto risolto con la gestione del mio tempo, ma più o meno mi piacciono le cose che piacciono a tutti: leggere, viaggiare, andare al cinema… Da un po’ mi sono appassionato alla ceramica… se sono rose fioriranno!

2. Come siete diventati i Ludosofici?
All’università cercavamo a tutti costi un modo per non smettere di fare e studiare filosofia una volta finito il percorso scolastico. In più il mondo accademico non faceva proprio per noi. La sfida di trovare linguaggi alternativi per continuare a porci delle domande ci allettava molto e così è nata l’idea di coinvolgere i bambini in questa ricerca.

3. Che cosa fate come Ludosofici?
Abbiamo trovato nell’arte, e più precisamente nella didattica dell’arte, il linguaggio più adatto per rivolgerci ai bambini. Per questo motivo durante ogni nostro laboratorio i bambini – grandi e piccoli – si sporcano le mani nel vero senso della parola. Così accade che, per ragionare sulla propria identità, i bambini vengano invitati a costruire una scatola tattile, prendendo come spunto le celeberrime tavole tattili proposte da Marinetti negli anni ’20 del secolo scorso, riprese poi da Maria Montessori e da Bruno Munari. Ma nel corso del tempo abbiamo lavorato sul significato di regola e caso, a partire dalle Metamorfosi delle piante di Goethe, dove si è provato ad astrarre il processo naturale utilizzando il colore. Abbiamo ragionato sulla distinzione tra tempo percepito e misurabile a partire dal rapporto spazio-temporale, costruendo grandi installazioni dove i quadranti degli orologi diventano poligoni che riflettono le diverse percezioni temporali di ciascun bambino; abbiamo giocato con le idee di bianco, di vuoto e di silenzio come «presupposti di possibilità» a partire dalle suggestioni di Remy Charlip, Munari, Rauschenberg e John Cage. Abbiamo cercato di smontare domande e concetti dando ai bambini linguaggi che fossero in grado di dominare, linguaggi che potessero utilizzare come strumenti per esprimere pensieri spesso difficili da tradurre in parole.

4. Sul vostro sito abbiamo trovato una bella frase di Seneca: “Facere docet philosophia, non dicere”. Come mai avete scelto questo motto per raccontarvi?
Usare lo strumento del laboratorio e della didattica dell’arte, e quindi approcciarci a un mondo in cui la dimensione sensoriale ha una grande importanza, permette di valorizzare quelle che sono le competenze naturali del bambino, competenze che servono a indagare la realtà circostante in modo critico, non stereotipato e libero da pregiudizi. Spesso dietro la domanda apparentemente più banale si può nascondere l’inaspettato.

5. L’arte diventa quindi uno strumento a misura di bambino
Sì è così. Il filosofo e pedagogista J.Dewey in Art as experience introduce il concetto di didattica dell’arte scrivendo che l’arte, se vissuta come esperienza sensoriale, è fonte di arricchimento e liberazione dell’energia creativa del bambino. L’arte non deve essere finalizzata alla produzione di “manufatti”, il cosiddetto «lavoretto», ma si può trasformare in quel necessario strumento per acquisire capacità di osservazione, presupposto di qualsiasi successivo ragionamento, di memoria necessaria per stabilire connessioni e di immaginazione, facoltà alla base di ogni innovazione. In Italia questa teoria fu ripresa ed elaborata da Maria Montessori la quale dichiarò che «l’esperienza manipolativo-sensoriale, tipica della produzione artistica, assume un ruolo centrale in chiave evolutiva e la mano può essere considerata una sorta di “protesi” della mente».

6. I vostri sono laboratori dove la filosofia e gioco diventano complici. Come giocate con la filosofia e come fate filosofia giocando?
Grazie al gioco prendiamo con più leggerezza la filosofia e grazie alla filosofia prendiamo con più serietà il gioco.

7. Quali sono i filosofi da cui traete maggiori insegnamenti?
Abbiamo una particolare predilezione per la scuola francese e quindi Nancy, Deleuze, Merleau-Ponty, Derrida, Lèvinas… proprio perché nei loro scritti c’è un forte e continuo rimando all’arte, all’uomo, alla questione del corpo, all’etica, alla storia… Come dicono anche Deleuze e Guattari, la specificità della filosofia sta nella creazione di concetti. Questi nascono in relazione ad un fuori, ad un altro da sé che la obbliga a pensare e a ragionare. L’obiettivo che ci proponiamo come Ludosofici è proprio quello di creare un’abitudine alla domanda e alla critica.

8. Qual è il pubblico dei vostri laboratori?
Il più delle volte lavoriamo con i bambini dai 4 anni in su ma abbiamo creato dei percorsi adatti ai ragazzi delle scuole medie e superiori e ovviamente per gli insegnanti e gli operatori.

9. Da dove nasce l’idea di proporre laboratori anche per gli adulti?
Gli adulti, molto più dei bambini, tendono a rispondere alle domande in modo univoco, avendo fretta di arrivare per forza a una risposta. Con i laboratori ci si abitua all’idea che molto più interessante della risposta è la domanda e il percorso che si fa per smontarla e vedere com’è fatta da dietro, da sopra, da destra, da sinistra…

10. Avete un gioco che amate fare con i bambini e che loro amano fare con voi?
Ogni laboratorio, pur seguendo una struttura ben precisa, è anche molto aperto a quelle che sono le diverse suggestioni e sollecitazioni che arrivano dai bambini.

11. Avete anche scritto un libro ‘Tu chi sei?’ Com’è nata l’idea. Ce lo raccontate?
Il libro è nato dalla ricerca intorno al tema dell’identità e dei punti di vista. A noi si è aggiunto Alberto Rebori, un grande illustratore italiano – è purtroppo morto l’anno scorso – che con i suoi disegni e fumetti ha reinterpretato gli stessi temi, con leggerezza e ironia aprendo il libro a un pubblico intergenerazionale.

12. Un libro che secondo voi non dovrebbe mancare nella libreria dei ragazzi?
Le avventure di Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren: è una bambina impertinente, in grado di trasformare l’ordinario in straordinario grazie alla sua capacità di vedere il mondo attraverso un grande caleidoscopio.

13. Da dove traete ispirazione per i vostri laboratori?
Se siamo in un museo dalle collezioni in cui cerchiamo di individuare le tematiche più interessanti su cui creare un percorso. Lo scopo è comunque sempre quello di proporre delle nuove letture degli spazi e dei contesti che ci circondano attraverso gli strumenti che vengono da mondi diversi.

14. Che cosa vedete nel vostro futuro da Ludosofici?
Portare questo modo di fare filosofia in nuovi contesti e spazi.

15. Che consiglio darebbe un Ludosofico per la felicità?
Domanda impegnativa…Sbagliare strada, perdersi e parlare con tanti sconosciuti. Magari questo modo di fare non porterà alla felicità, ma sicuramente leva di mezzo la noia, offre nuovi spunti per leggere e interpretare il mondo e magari ci fa conoscere nuovi amici… alla fine sono le relazioni a rendere più piacevole il nostro essere al mondo.


I Ludosofici
http://www.ludosofici.com/