IN PRIMA LINEA – Donne Fotoreporter in Luoghi di Guerra

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È da giorni leggiamo parole di ogni tipo sull’eterno braccio di ferro tra quelli che sembrano due opposti: uomo e donna.
È da giorni che cerchiamo parole per esprimere una posizione su questo tema ritornato in luce con l’esito delle elezioni americane. Non riuscivamo a trovare le parole giuste, se ne esistono.
E poi accade che venerdì scorso visitiamo “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” a Palazzo Madama. Una mostra appassionata, sentita ed emozionante che offre molteplici punti di vista su un tema difficile come lo è ogni realtà di guerra, di perdita e di abbandono.
E le parole arrivano. Attraverso le immagini scattate da queste donne emerge il loro carattere, il loro sguardo sul mondo, il loro tocco. E se la visiterete vi accorgerete di questo. Tutte diverse eppure tutte tese a riportare al mondo quella realtà che hanno vissuto e sperimentato sulla loro pelle per giorni, per mesi, condividendo un materasso sul pavimento con un collega, sentendosi risuonare dentro i rombi degli spari che in un qualsiasi momento possono colpirle come fulmini, nutrendosi di pane e olive come gli altri profughi.

Sono donne, sono fotoreporter che hanno deciso di rischiare la loro vita per assecondare l’emergenza di raccontare la testimonianza diretta di ciò che hanno vissuto.
Vi consigliamo di andare questa mostra e siamo sicuri non ne uscirete uguali a prima: arricchiti, turbati, a volte con interrogativi e meno sicuri delle vostre certezze. E questo è un bene, ne siamo sicuri.

È proprio in questo stato che, dopo aver visitato la mostra, siamo andati a seguire la conferenza condotta da Luca Ferrua, caporedattore della stampa che ha dialoga con Andreja Restek, curatrice della mostra e Linda Dorigo.


Linda Dorigo, fotoreporter trentenne, ci ha racconta con chiarezza, freschezza e competenza conflitti dalle complesse dinamiche che attraversano i territori di guerra. Ci spiega che significhi per lei fare foto giornalismo freelance. È un’eroina e forse non lo sa. È un’eroina per assecondare la sue urgenza di raccontare questi conflitti e starci con coraggio. E’ un’eroina di resilienza quando, tornata da un viaggio o una missione dopo giorni trascorsi in situazioni di pericolo e di disagio, riguarda le foto scattate, le sceglie, le post produce, scrive una proposta e la inoltra a caporedattori dei giornali che spesso non le rispondono neppure. Sembra la storia di ogni coetaneo trentenne in cerca di un’occasione.

Andreja Restek é un cavallo selvaggio animato da vitalità ed entusiasmo. Ci arriva da lei la passione per quello che fa al punto da difendere la forza e la verità delle immagini al di sopra della parola. E’ emozionante vedere gli occhi che le brillano quando ci dice lei di essere sempre felice. Che nella vita fa ciò che ama di più, l’unica cosa che da sempre ha voluto fare e che ha sempre saputo che avrebbe fatto, la fotoreporter.

Luca Ferrua chiede ad entrambe di definire alcune parole chiave, un gioco di parole brillante e coinvolgente: che cosa è ‘libertà’? Che cosa è ‘terrorismo’?
Le risposte delle fotoreporter ci aprono la mente.
Dorigo ci racconta di una situazione in Siria: un padre di famiglia assiste allo sterminio del suo villaggio da parte di un esercito. Arriva un secondo esercito a liberare il villaggio. Poi accade che il primo esercito ritorna a fare proseliti tra gli abitanti del villaggio e il padre di famiglia decide di accettare l’incarico. Di fronte a questa scelta uno potrebbe rimanere sconcertato. Ebbene tutte le idee di giusto o sbagliato, di buoni e cattivi in una situazione come la guerra vengono meno, ci spiega Vania. Ciò che rimane è solo un padre di famiglia che ha necessità di guadagnare per occuparsi dei suoi tre bambini.
E Andreja rincara la dose. Racconta di collaborare spesso con il giornalista palestinese Medyan Dairieh che l’ha invitata a non usare la parola ‘terroristi’. Lei, reticente, ci spiega di avergli chiesto il motivo di questa sua richiesta e lui le ha spiegato di voler rimanere neutrale nel condurre i suoi servizi. Andreja sostiene che questo sia un altro modo di fare giornalismo. Un modo che a nostro avviso abbraccia gli opposti. E continua chiedendosi che cosa sia il terrorismo dal punto di vista degli Stati Uniti dove i terroristi vengono inseriti in una lista nera e poi magari eliminati dopo alcuni mesi  in seguito a nuove alleanze o a modifiche dell’assetto geopolitico.
Rimanere con la mente aperta è uno dei modi che ci sembrano vitali per fare il loro lavoro.
Come altrettanto vitale è non smettere mai di studiare, leggere e documentarsi a fondo.
Lo ripetono più volte le due fotoreporter. Questo serve sia per fare bene il loro mestiere, ma anche per sapersela cavare in situazioni pericolose. Come lo è affidarsi ad un buon fixer. I fixer sono delle persone in loco che conoscono molto bene il luogo e sanno dove si trovano i cecchini.

Dopo questa bella conferenza, i confini tra alcune coppie di idee ci sembrano meno netti: uomo o donna, giusto o sbagliato, buoni o cattivi. E sappiamo di non essere soli a volere più verità di quella che siamo abituati a leggere o ascoltare supportati dalla potenza degli scatti di queste fotoreporter e la fermezza delle loro intenzioni.


 

La rassegna rimarrà aperta al pubblico fino al 16 gennaio 2017, ospitata nella corte medievale di Palazzo Madama.
La mostra nasce da un’idea di Andreja Restek e curata con la giornalista Stefanella Campana e con Maria Paola Ruffino, conservatore di Palazzo Madama.
L’allestimento a cura dell’architetto Diego Giachello.
La mostra è promossa congiuntamente dall’Associazione Gi.U.Li.A – Giornaliste Unite Libere Autonome e da ADCF Onlus, l’Ambulanza dal Cuore Forte.
La mostra ha il sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte e dell’Associazione Stampa Subalpina.

Palazzo Madama 
Piazza Castello – 10122 Torino
www.palazzomadamatorino.it

In Prima Linea. Donne Fotoreporter in Luoghi di Guerra
Dal 7 ottobre 2016 al 16 gennaio 2017.