STEFANELLA CAMPANA – GIORNALISTA E SOSTENITRICE DELLE PARI OPPORTUNITA’

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Stefanella Campana, giornalista piemontese. Ha scritto di tematiche sindacali e di politica. E’ impegnata da anni nell’affermazione delle pari opportunità. Questa è la sua testimonianza, il nostro regalo per celebrare insieme il giorno della festa della donna.


 

1. Raccontaci di te
Sono una giornalista di lungo corso. Nella mia vita ho realizzato quello che desideravo fare con le mie forze. Da qui ho imparato che avendo una grande passione e con un pizzico di fortuna e anche molto impegno ce la si può fare.

2. Quando nasce la tua passione per il giornalismo?
Nasce dopo aver concluso il liceo linguistico e con il mio desiderio di conoscere il mondo. Dopo gli studi, a 18 anni, volendo perfezionare le lingue, ho vissuto un anno a Londra e un anno a Parigi. Mi mantenevo facendo la ragazza alla pari. Questo mi ha reso una persona autonoma e curiosa. Indubbiamente anche gli anni della mia giovinezza e dell’università hanno influito. Erano anni storicamente vivaci dal punto di vista culturale, sociale e politico. Mi sono iscritta all’università a Scienze Politiche avendo una passione per la politica. Dopo la laurea mi sentivo attratta dal giornalismo, con l’utopia che attraverso l’informazione potessi contribuire a cambiare le cose, portando la mia visione del mondo.

3. Parli di utopia. Com’è andata nella realtà?
Quando sei in un giornale le cose sono un po’ diverse. Sei in una struttura complessa, c’è una linea editoriale, non sei in un tuo blog dove scrivi quello che vuoi. Non sempre la tua sensibilità o modo di vedere la realtà collima con le scelte dei tuoi capi. Specie poi se si tratta di temi legati alle donne. Ma è stata una bella esperienza quando le mie idee e proposte venivano accolte, quando potevo occuparmi di problemi e temi a me congeniali.

4. Qual è una delle cose che ti rende più orgogliosa nella tua vita?
L’essermi fatta da sola come dicevo all’inizio e l’essere riuscita a non pesare sulle spalle della mia famiglia. A 18 anni ho deciso di andare all’estero e mi sono mantenuta due anni, rientrata in Italia lavoravo come traduttrice e contemporaneamente studiavo all’università. E poi dopo la laurea ho iniziato la mia carriera nel giornalismo.

5. Raccontaci della tua carriera
Non sapevo come iniziare, così ho chiesto consigliO al marito di una collega di mia sorella, giornalista in una agenzia di stampa, che mi ha abbastanza scoraggiata dicendo: “Lascia stare, non è un lavoro facile. Poi una donna…non ne parliamo…”. Questo purtroppo l’ho sentito dire spesso. Comunque non mi sono scoraggiata. Ho scoperto che il quotidiano Avvenire aveva delle edizioni locali e ho iniziato così, lavorando quasi gratuitamente per due anni nella redazione torinese. Seguivo la “bianca” e spesso mi occupavo di tematiche sindacali. In quel periodo erano temi molto caldi. Nel frattempo continuavo a lavorare come traduttrice per mantenermi. Poi finalmente giornalista a tempo pieno. Sono stata spostata su Milano per una sostituzione estiva e lì ci sono rimasta per due anni. Nel frattempo ho superato l’esame da professionista. Mentre ero a Milano, nel 1977, si è organizzato il primo convegno nazionale di giornaliste in cui finalmente si parlava dei nostri problemi. Per mesi lo avevamo preparato in gruppi di approfondimento. È stato molto bello trovarsi con le poche giornaliste che scrivevano per le testate nazionali. E’ nato anche un libro tra 5 di quel gruppo, “Donne in liquidazione” a cui davamo voce alle donne di Motta e Alemagna. Mentre mi trovavo a Milano un collega che mi apprezzava come giornalista mi ha segnalato che stavano cercando un giornalista esperto di “sindacale” per Stampa sera. Io mi trovavo benissimo a Milano, ma presi in considerazione vari aspetti tra cui la possibilità di lavorare per una testata prestigiosa e laica come la Stampa e la vicinanza alla mia famiglia. E così rientrai a Torino. Stampa sera fu un’esperienza intensa e arricchente dove mi venne lasciata molta libertà. E poi avevamo una grande visibilità nazionale, curando l’edizione del lunedì de La Stampa.
Poi Stampa sera chiuse e la redazione venne inglobata nella Stampa. Ho continuato ad occuparmi di economia, di sindacale e poi dopo qualche tempo sono passata al settore politico.

6. Oltre alla tua carriera di giornalista il tuo percorso è costellato di impegni civili e sociali. Ce li racconti?
Sì, non sono mai riuscita a vedermi solo come giornalista. Sono stata molto attiva nel sindacato dei giornalisti, nella commissione pari opportunità e ancora lo sono dopo le ultime elezioni dell’Associazione Stampa Subalpina. Ho partecipato per dieci anni alla commissione pari opportunità della Regione Piemonte e per due anni ne sono stata presidente. Attualmente sono anche nel direttivo nazionale dell’associazione Giulia (GIornaliste Unite LIbere Autonome). Ho partecipato alla nascita e alle attività di ‘Se non ora quando’, ho collaborato con l’Istituto Paralleli e dal 2008 sono la responsabile della versione italiana del sito delle Culture del Mediterraneo www.babelmed.net.
Mentre la carriera proseguiva ho avuto una figlia molto desiderata e di cui sono molto orgogliosa che mi ha resa nonna felice di uno splendido nipotino, ma anche un divorzio non facile. A mia figlia ricordo che anche per la mia generazione non è stato tutto facile e che i traguardi raggiunti ce li siamo sudati.

7. Qualche mese fa a Torino abbiamo potuto visitare la mostra ‘Donne in Prima Linea. Fotoreporter in luoghi di guerra’ che ha avuto un grande successo di pubblico con oltre 31mila visitatori, dal 13 ottobre 2016 al 13 gennaio 2017
E’ stata promossa dall’associazione Giulia e dalla onlus L’Ambulanza dal Cuore Forte ed ha avuto moltissimo seguito di pubblico e ne hanno scritto oltre 150 testate di tutto il mondo. È stata la prima mostra di questo tipo, dove i conflitti, le emergenze vengono raccontati attraverso l’obiettivo di 14 donne fotoreporter e nasce da un progetto di collaborazione tutto al femminile. Io ne sono la curatrice insieme a Paola Ruffino e alla bravissima fotoreporter internazionale Andreja Restek. È stata Andreja a proporre l’idea che ho fatto conoscere all’Assessora alla Cultura della Regione Piemonte Antonella Parigi che ha sostenuto il progetto, finanziandone l’allestimento a Palazzo Madama. Una mostra toccante che spero abbia fatto riflettere.

8. Da dove nasce questa esigenza di dedicarti alle pari opportunità?
Come donna ho sperimentato discriminazioni, maggiori difficoltà da superare rispetto a un uomo, anche se aver imparato ad essere autonoma mi ha reso più sicura. Si è fatta però in me forte un’esigenza di giustizia, anche per le donne più deboli e svantaggiate per ragioni sociali ed economiche. Lo stesso uso della lingua tendeva a cancellarti. L’italiano ha il femminile come ci insegna l’Accademia della Crusca, finalmente più ascoltata. Ad esempio se ero inviata mi sembrava giusto che si scrivesse inviata e non inviato, ma sembrava volessi la luna allora non era per nulla scontato.

9. Pensi che la tua famiglia abbia influito sul tuo senso di giustizia?
Sicuramente. Sono cresciuta in una famiglia bellissima con un forte senso etico, che mi ha dato la massima libertà e senso di responsabilità. Ho avuto un padre meraviglioso. Se mia mamma chiedeva aiuto lui c’era, mi ricordo che passava l’aspirapolvere e parlo di 60 anni fa. E se volevo comprarmi un paio di scarpe chiedevo consiglio a lui che era un sarto e aveva un ottimo gusto. E mia madre, una donna molto generosa con tutti – ha donato il sangue fino a 80 anni- con quattro figlie è riuscita a portare avanti un’attività commerciale. In tarda età aveva scoperto il gusto di viaggiare che di sicuro ho ereditato. Mi piacerebbe aggiungere anche il suo cognome, Brizio, a quello di mio padre, sperando che passi la legge.

10. Hai avuto delle conseguenze per aver creduto nella tue idee e nell’esserti fatta avanti?
Il rischio è che vieni confinata nell’ambito femminile, considerato più marginale, meno importante. In realtà a me piaceva la politica e un po’ tutti i temi sociali, ma se un tema che riguardava le donne non aveva visibilità mi sembrava giusto che avesse lo spazio che meritava. E per questo ho fatto le mie “battaglie”.

11. Quanta strada abbiamo fatto e quanta ne abbiamo ancora da fare sul tema delle pari opportunità?
Ho sperimentato negli anni che i problemi delle donne non sono ancora del tutto superati.
Fino al 1963 le donne non potevano entrare in magistratura, dal 1975, con la riforma del diritto di famiglia, veniva sancita la parità tra moglie e marito. Il delitto d’onore è stato abolito solo nel 1981 che prevedeva una pena ridotta a chi uccideva moglie, sorella o figlia per difendere l’onore della famiglia, ma oggi in Italia ogni due giorni una donna viene uccisa da un uomo e generalmente da chi diceva di amarla. Il femminicidio interroga gli uomini che ritengono la donna una sua proprietà e usano violenza fino alle estreme conseguenze. Il tasso di occupazione femminile è intorno al 40%. Ancora oggi le donne guadagnano meno degli uomini e in tutti i settori, compreso quello dell’informazione, fanno meno carriera. In politica ci sono voluti anni prima che ci fosse una presenza dignitosa in Parlamento, ora sul 30%. Oggi finalmente si parla di congedo parentale per gli uomini ma sono due giorni. È chiaro che se le donne vengono considerate un costo quando fanno i figli vengono discriminate sul lavoro. A mio avviso è giusto imporre per legge il congedo parentale in modo che l’uomo abbia gli stessi diritti e doveri di una donna. Ad esempio anche la legge che impone una percentuale di donne nei consigli di amministrazione di società quotate in borsa ha portato a una loro presenza che prima non c’era. Purtroppo in molti casi servono ancora le “quote rose”. Se non ci fosse stato l’obbligo di legge le donne non avrebbero avuto accesso perché gli uomini fanno fatica a riconoscere il valore delle donne e soprattutto difendono i loro privilegi e il potere. Eppure è dimostrato che dove ci sono uomini e donne nei luoghi di lavoro c’è un miglioramento di efficacia e sviluppo.

12. Secondo te le leggi bastano ad attivare il cambiamento?
Io penso che il vero cambiamento avvenga quando la parità tra donna e uomo diventa acquisito a livello culturale. No, le leggi non bastano anche se aiutano e dettano una strada. Io sono una donna, non voglio essere un uomo, ma voglio avere le stesse sue opportunità. È questo quello per cui mi impegno.

13. Che cosa ne pensi dello sciopero indetto per l’8 marzo?

Oggi in 51 paesi, tra cui l’Italia, le donne scioperano dal lavoro produttivo e di cura contro la violenza, per la libertà e i diritti. Speriamo che serva a far capire quanto le donne fanno e che senza di loro  il mondo va a rotoli.

14. Che consigli daresti ad una giovane donna che si appresta a intraprendere una carriera?
Innanzitutto di essere se stessa e di valorizzarsi. Le donne si pensano sempre meno brave. Un altro punto importante è quello di non scimmiottare gli uomini. Le donne hanno in sé delle qualità positive da valorizzare. E poi non pensare alle altre donne come rivali ma fare rete, coalizzarsi quando serve. Quando le donne si uniscono diventano forti. Bisogna imparare a creare alleanze con altre donne. Infine puntare sulla competenza che quella è sempre inattaccabile.

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Stefanella Campana